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David Bowie, l’artista irraggiungibile.

Penso ci sia una incredibile ingenuità nel modo in cui si vuole che siano gli intrattenitori. Si suppone che il performer sia reale, che racconti la storia della sua vita e che sia fedele ad uno stile. Io faccio quello che mi piace, non cerco particolarmente di essere me stesso, e credo che questo, semplicemente, irriti le persone … fortunatamente … è una delle cose migliori che posso fare, posso davvero irritare le persone. Non sto lì sopra per essere una persona reale. Presento una interessante idea alternativa di quello che si può fare con il rock”.
David Bowie, 1998

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Lilith Photo

E’ sempre molto difficile non essere banali, superficiali e poco esaustivi quando arriva il momento di raccontare qualcosa di un artista. Nel caso di un personaggio come David Bowie è letteralmente impossibile, per cui, è bene capirlo dalle prime righe, questo articolo sarà probabilmente banale, superficiale e poco esaustivo.

Poche righe fa è stato scritto “un personaggio come David Bowie”, ma il punto è proprio questo: Bowie è mille personaggi. Lungo tutta la sua carriera ha creato per il pubblico un’immagine forte ma irraggiungibile, tanto che ancora oggi nessuno può riuscire a catalogarlo in uno schema mentale. La sua genialità sta nel fatto di cogliere che una rock star non verrà mai colta dal pubblico per quello che è realmente come persona, quindi tanto vale avere l’onestà di non provarci nemmeno ad essere sè stessi. Meglio divertirsi ad essere quelli che non si é, o magari a restituire agli altri, anzi ad ostentare nel caso di Bowie, le tante versioni di sè.

Senza addentrarsi ulteriormente in pericolosi viaggi filosofici, è giusto partire dal primo Bowie, che nel 1962 si chiama ancora David Jones, suona il sax ed entra nei Kon-Rads, cover band composta da colleghi del liceo. Il gruppo suona soprattutto canzoni da top ten, ma Bowie è attratto musicalmente dal rhythm and blues e dal jazz e stilisticamente dal ribelle ed elegante stile mod, conctrocultura che si stava sviluppando in quegli anni nei quartieri londinesi e portata all’attenzione del pubblico di massa grazie al successo degli Who. Per divergenze artistiche esce quindi dai Kon-Rads e cambia diverse band tutte orientate verso il rhythm and blues, tra cui i Lower Third. Il gruppo si ispira dichiaratamente a band inglesi in voga in quel periodo, come Who, Kinks e Small Faces, ma dall’attitudine più aggressiva e meno rassicurante rispetto ad esempio ai Beatles o ai Monkees. Nel 1966 incide il primo 45 giri firmato col nuovo nome d’arte David Bowie, Can’t Help Thinking About Me, la storia di un ragazzo di provincia che si trasferisce nella Londra mod, con tutto il bagaglio di esperienze che comporta.

 

Dopo la collaborazione con i Lower Third e i Buzz, Bowie si avvia verso una carriera da solista e comincia ad essere attratto dalla recitazione. Nonostante l’insuccesso commerciale del suo  primo album omonimo viene notato dall’attore e mimo Lindsay Kemp, da cui impara, come racconta lo stesso Bowie, “a controllare ogni gesto, a caricare di intensità drammatica ogni movimento… insomma a stare sul palco”. E’ l’incontro con Andy Warhol però a far nascere definitivamente in Bowie la volontà di unire il gesto teatrale alla musica, ma soprattutto il gusto di costruirsi una propria immagine da star e di giocarci. Comincia quindi in questi anni a costruirsi un look scioccante, androgino, fatto di trucco pesante e abiti sgargianti. Rock and roll teatrale e arrogante, vestiti appariscenti, ambiguità sessuale, tutte caratteristiche della nascente scena glam rock di cui Bowie sarà uno dei primi e più famosi esponenti. Nel frattempo dal 1969 al 1971 cominciano ad arrivare i primi successi come Space Oddity, dove Bowie comincia a mostrare il fascino che lo spazio e i mondi alternativi esercitano su di lui. I testi diventano più criptici e musicalmente in questi anni Bowie passa con disinvoltura dal folk acustico all’hard rock di The Man Who Sold The World.  Alla fine del 1971 esce il primo album glam di Bowie “Hunky Dory“, al suo interno vi è una canzone emblematica dei cambiamenti interiori ed esteriori che sta vivendo il cantante, Changes.

 

Si arriva alla vetta della carriera di Bowie e contemporaneamente alla nascita di Ziggy Sturdust. Con la creazione del suo alter ego Bowie va oltre l’idea di conferire teatralità alla sua musica, o di dare un’immagine sfuggente di sé: decide per la prima volta di interpretare un ruolo, un messia terreno di un’altra dimensione. Il messaggio da portare, poco chiaro e dalle mille interpretazioni è contenuto nell’album “The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars” del 1972 (gli Spiders from Mars, sono la band di supporto di Bowie in quel periodo), con cui l’artista raggiunge la definitiva consacrazione. Il confine tra realtà e recitazione per Bowie si fa sempre più sottile, tanto che è costretto ad abbandonare il ruolo dell’eccentrico e femmineo Ziggy Stardust, arrivando a temere per la sua sanità mentale. Questo non prima di avere sfruttato la scia del successo pubblicando altri due album tra cui “Aladdin Sane“, primo LP di Bowie a raggiungere la vetta in classifica. I lavori di questo periodo sono musicalmente un glam rock melodico, molto orecchiabile e adatto al grande pubblico, diventando insieme a Marc Bolan dei T. Rex, uno dei maggiori rappresentanti del genere.

Smessi i panni di Ziggy Stardust, con annuncio plateale del “ritiro dalle scene” all’Hammersmith Odeon di Londra nel 1973, Bowie interpreta altre emanazioni di Ziggy, come Aladdin Sane e Halloween Jack per poi cambiare completamente stile da metà degli anni Settanta. Musicalmente si avverte un avvicinamento al soul e al funk, a partire da “Diamond Dogs” (1974), fino a “Station to Station” (1976). Esteticamente smette i panni della star glam per indossare quelli più sobri ed eleganti del “Sottile Duca Bianco”, un aristocratico decaduto, raffinato e distaccato, capace di interpretazioni romantiche e struggenti. Anche questa volta come con Ziggy Stardust, Bowie rimane imprigionato dal suo personaggio. Famose le sue dichiarazioni filonaziste, su cui poi i tabloid specularono andando a reinterpetare vecchie canzoni del cantante. Bowie è in realtà soprattutto affascinato dall’occultismo e dal lato teatrale ed esoterico del nazismo, ma la sua dipendenza dalla cocaina e dal ruolo che interpreta rende tutto più ambiguo. Debilitato e in preda alle paranoie occulte si trasferisce per qualche anno a Berlino per disintossicarsi e per cercare nuove ispirazioni.

Dopo la cosiddetta “trilogia di Berlino” alla fine degli anni Settanta, “Low“, “Heroes” e “Lodger“, album che risentono della frequentazione di Bowie della scena musicale berlinese del minimalismo e del rock sperimentale, l’artista si reinventa un’altra volta. All’inizio degli anni Ottanta diventa una pop star, più accessibile, col ciuffo ossigenato e abbronzato, proponendo ad un pubblico più di massa una specie di dance con venature rock. E’ di questo periodo il successo commerciale “Let’s Dance“(1983), successo che lo porta però, su sua stessa ammissione, verso un blocco artistico e un distacco dal pubblico massificato che lui stesso aveva attirato. Decide quindi alla fine degli anni Ottanta di scivolare nell’anonimato, formando una band in cui risulta semplice membro, i Tin Machine, e ritrova le sonorità hard rock di vent’anni prima.

Nei successivi dieci anni Bowie ritrova l’amore per la sperimentazione e per l’elettronica, e produce due album più “classici” all’inizio degli anni 2000. Continua nonostante la fase calante della sua carriera a destabilizzare il suo pubblico con continui cambi di look, annunci di ritiro e brevi apparizioni a sorpresa. Nel 2013 a distanza di dieci anni dal suo ultimo album ritorna con “The Next Day“. Anche qui Bowie decide di provocare i suoi fan scegliendo per la copertina del disco la vecchia foto dell’osannato “Heroes“, coperta quasi interamente dalla scritta “the next day”.

Così si arriva all’ultimo atto di questo artista unico: Bowie decide di compiere un atto che a pensarci è perfettamente coerente con le sue intenzioni nei confronti del pubblico nel corso della sua carriera. Decide di spiazzarlo un’ultima volta, tenendo nascosto al mondo la sua malattia ed uscendo qualche giorno fa con “Blackstar“, un album che col senno di poi e pieno di riferimenti alla sua malattia e indizi della sua morte imminente. All’interno dell’album c’è l’inquietante Lazarus, nel video promozionale Bowie interpreta un morto vivente su un letto in una stanza spoglia. Ancora una volta quindi Bowie riesce a sorprendere, a farsi amare dal pubblico nonostante non abbia mai avuto intenzione di assecondarlo, anzi forse proprio per questo, per la sua ineffabilità. Ecco perchè sarebbe bello poter credere che in realtà non se ne sia andato realmente, ma che stia solo interpretando un altro ruolo.

 

 

A Milano ed in altre parti del mondo è stato ricordato con dei Flash Mob. Tante persone, di ogni età e sesso hanno partecipato a questi momenti. Suggestione e nostalgia, per un artista che ha dato tanto al suo pubblico, qui di seguito foto e video dell’evento.

 

Un video preso dalla pagina Facebook di Luca Bonetti.

 

Foto di Elena Galiberti.

Foto di Elena Galiberti.

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